
Ripensando alla recente visione di "Children of men" ci è sembrata una buona idea evidenziare, estraendole dal loro contesto, le due sequenze che nel film rivestono maggiore importanza sia per lo sviluppo della trama che per la realizzazione tecnica.
Per due buoni motivi: primo perchè sono due piani-sequenza bellissimi che meritano di essere rivisti ed analizzati; secondo perchè, vagando qua e là per il web, si leggono cose piuttosto divertenti...
Per intenderci: non ci sono piani-sequenza di venti minuti ne "I figli degli uomini"! E allora vediamo di chiarire di cosa stiamo parlando.
"L’espressione plan-séquence nacque in Francia intorno al 1950, quando André Bazin, nel realizzare la prima edizione del suo volumetto dedicato a Orson Welles, per cogliere appieno il linguaggio e lo stile del grande regista, avvertì la necessità di coniare un termine nuovo. Lo riprese qualche tempo dopo in alcuni importanti saggi, quindi nella seconda edizione del suo libro sul cineasta statunitense, scritta nel 1958, poco prima di morire. La traduzione italiana letterale di plan-séquence è 'inquadratura-sequenza’, ed evoca in modo efficace l’idea di un’inquadratura che coincide con la durata di una sequenza, ovvero di una sequenza interamente composta da una sola inquadratura, cioè da un solo piano (dal francese plan). Proprio questo è il significato che è stato infine assunto dall’espressione.
Bazin introdusse il termine per mettere a fuoco un’idea di regia – in particolare quella di Welles – volta a privilegiare la ripresa di un’azione in un’unica inquadratura, anziché la sua segmentazione in più inquadrature attraverso il montaggio, come avveniva nel cosiddetto découpage classico" ( fonte: Treccani).
Detto ciò, dovrebbe essere chiaro quindi che un vero "piano-sequenza" non contiene alcun punto di montaggio. Esattamente come i due esempi che possiamo vedere qui di seguito, il primo di quattro minuti, il secondo di ben sei minuti.
La visione è sconsigliata a chi non ha visto il film e non gradisce che gli siano rivelati elementi fondamentali della trama.
In questa sequenza vediamo il viaggio in auto, l'assalto alla stessa e la fuga che si conclude con l'uccisione di due poliziotti. Tutta l'azione è vista dall'interno dell'abitacolo fino a pochi secondi dalla conclusione, quando, con un incredibile coup de théâtre tecnico, l'occhio che si credeva confinato dentro l'auto segue Theo all'esterno, svelando un "trucco nel trucco" che strappa un silenzioso applauso.

(nella foto: Rino Barillari tra passato e presente...)
(18 Aprile 2008)
"Sono arrivato a Roma a soli 14 anni e mi sembrava davvero l'America. Ho fotografato tutti, da Richard Burton a Liz Taylor. Le ho prese da Peter O'Toole ubriaco, ho fatto a botte con Marlon Brando, karate con Aznavour".
Una vita avventurosa e spericolata quella di Rino Barillari, reporter d'assalto come ama definirsi; "er king", il re dei paparazzi, come è stato affettuosamente soprannominato. Paparazzo, ma anche reporter dallo stile asciutto e antiretorico, durante gli anni di piombo.
La mostra fotografica allestita nell'ambito del Reggio Calabria Filmfest ci trasporta indietro nel tempo, ad una stagione irripetibile della storia italiana: quella della "Hollywood sul Tevere" e della "dolce vita".
Scorrendo con lo sguardo una selezione di scatti ormai storici si rivive quell'atmosfera, quel clima di fermento culturale ma soprattutto di sfrenata mondanità: Robert Kennedy e Rudolf Nureyev, Charlton Heston, Federico Fellini e Giulietta Masina, Anita Ekberg, Monica Vitti in auto con Michelangelo Antonioni, Sophia Loren, Liz Taylor, Peter O'Toole, Gabriella Ferri, Anna Magnani, Romina Power in sella ad una Vespa stile "flower power". Una foto su tutte ? Gian Maria Volontè nel 1974 ad una manifestazione in Piazza del Popolo mentre discute animatamente con un poliziotto.
Qui di seguito una selezione di foto dalla mostra "Rino Barillari e la dolce vita".

(nella foto: Elena Bouryka, che Dio la benedica)
(16 Aprile 2008)
I riflettori, le transenne, il tappeto rosso, mimano un'atmosfera da piccola, improbabile, Cannes dello Stretto. Non c'è ressa per fortuna, solo capannelli di gente ben vestita che attende l'arrivo degli ospiti. Qualcuno sfoggia un abito da sera iperbolicamente fuori luogo. Alle 21 è in programma un incontro con Diego Abatantuono, Mimmo Calopresti ed Elena Bouryka, condotto da madame Donatella Pompadour e Gianluca Curti, direttore artistico del festival.
Il saettare dei flash per strada annuncia l'arrivo degli ospiti: scorgo però solamente Abatantuono, imponente e dimesso nel suo look casalingo, che accenna saluti agli astanti prima di entrare in teatro. Di Calopresti e Bouryka nessuna traccia.
In compenso arriva, sorridente e con gli occhi spiritati, Rino Barillaro "the king of paparazzi". Questa volta però le foto le subisce. Il sindaco, Giuseppe Scopelliti, era invece già arrivato per l'accoglienza istituzionale: lui le foto le cerca. Sfoggia un look casual, da week-end a Villa Certosa, come ormai impone il manuale d'immagine della nuova destra catodica italiana. Una volta in teatro si consuma il consueto rito delle foto: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, autorità e VIP eterni simbionti mediatici. Scorro annoiato il programma: il titolo della rassegna di corti è "Video, dunque sono". Guardo il sindaco in posa plastica: è chiaro che lui lo sa.
Finalmente si alza il sipario ed entrano in scena i protagonisti della serata: i due conduttori, Diego Abatantuono e, a sorpresa, Rino Barillari. Nessuno si preoccupa di giustificare l'assenza di Calopresti e di Elena Bouryka. Ok, passi per Calopresti, ma Elena avremmo voluto ammirarla dal vivo. Invece ci propinano il baffuto ma simpatico Barillari ed i suoi divertenti aneddoti da reporter d'assalto. Ancora più gustosi i siparietti comici con Abatantuono, quest'ultimo nella parte del carnefice ed il paparazzo in quella della vittima. Il mattatore è ovviamente Diego. Istrionico, logorroico, ironico, si sente che ha attraversato trent'anni di cinema italiano e di cose da raccontare ne ha. Tra aneddoti e battute il tempo passa velocemente. Arrivano due signori in doppiopetto che sembrano uscire da un film di Dick Tracy. Abatantuono dal palco fa "Oh, è arrivata la madama", ma sono due assessori comunali giunti a consegnare le solite targhe, i soliti premi. Riprende così il rituale teatrino: strette di mano, pacche sulla spalla, sorrisi e abbracci, pose plastiche. Tutto fa spot.
Sipario.
Scorrendo il programma delle giornate successive ho finalmente la triste certezza che il festival ha definitivamente tradito i suoi intenti originari ovvero - cito testualmente - "la riproposizione, il recupero e la rivalutazione di alcuni autori e opere rare del nostro cinema, soprattutto di genere". Questo Filmfest sembra lontano secoli - ma sono passati solo due anni - dalla retrospettiva su Fernando Di Leo, gli omaggi ad Alberto Grifi, Romano Scavolini, Paolo Gioli, dalla retrospettiva su cinema e design con lungometraggi degli anni '60 e '70, di Elio Petri, Marco Ferreri, Roberto Faenza, Franco Indovina, Franco Rossi. Altri tempi, che vedevano l'attiva ed illuminata collaborazione del locale Circolo del Cinema "Cesare Zavattini".
Oggi dobbiamo accontentarci di "Matrimonio alle Bahamas" e di Massimo Boldi, di Raoul Bova, di Federico Moccia. E di una retrospettiva (si, la chiamano così ) che non sa andare più indietro del 2006 ( "L'abbuffata" di Calopresti ) se escludiamo "Mediterraneo" che è del 1991.
Altri tempi, altro spessore culturale, probabilmente.
Quanto tempo è passato? Secoli.
Quanto dista "H2S" di Faenza da "Scusa ma ti chiamo amore" di Moccia? Milioni di anni luce.
Con queste amare riflessioni nella testa, il programma del festival in mano, la pipa ormai spenta in bocca, sono arrivato all'auto. A due passi c'è il cantiere di un lungo e minaccioso tapis-roulant che attraverserà, come una cicatrice metallica, il centro storico di Reggio Calabria. I lavori procedono a rilento, ogni tanto il cantiere si anima febbrilmente in corrispondenza di consultazioni elettorali o di altri eventi politicamente sensibili.
Tutto fa spot. I lavori pubblici, la cultura, il cinema.
Sipario.
(Qui di seguito è disponibile la registrazione completa dell'incontro tra Abatantuono ed il pubblico. E' possibile ascoltarla in streaming direttamente su questa pagina, utilizzando l'apposito web player, oppure scaricarla sul proprio computer utilizzando il link apposito. Buon divertimento.)
|
|
Incontro con Diego Abatantuono [ rcfilmfest16apr2008.mp3, 47.74 mb , 52 min ] |

(Gian Maria Volontè, 9 Aprile 1933 - 6 Dicembre 1994)
Oggi avrebbe compiuto 75 anni e ci piace affidare il ricordo dell'attore e dell'uomo alle sue stesse parole.
Buon compleanno, Gian Maria.
"Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita". (Gian Maria Volontè)
"Non scelgo veramente i miei ruoli: accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta di dare una definizione del cinema politico, cui non credo perchè ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico: il cinema apolitico è un'invenzione di cattivi giornalisti. Cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano ad una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c'è la necessità di intendere il cinema come mezzo di comunicazione di massa - così come il teatro, la televisione.
Mi è capitato di fare film che non corrispondevano esattamente a questa concezione, in particolare i western, ma mi trovavo, quando li ho fatti, a uno stadio della mia carriera in cui era necessario che io mi facessi conoscere sul mercato, perchè i film "contenutistici" che avevo fatto (Un uomo da bruciare, Il terrorista...) erano ignorati dal meccanismo di distribuzione e dal pubblico.
Il western di Damiani - "Quien Sabe?" - era un caso molto diverso, perchè la sceneggiatura trattava in definitiva dell'imperialismo nordamericano e del ruolo della Cia in America Latina." (Gian Maria Volontè)

Eleonora Cristofani, in arte Leonora Fani, non è certamente la più nota nel novero delle starlette del cinema popolare italiano degli anni 70, riesce però ancora a rinverdire le pruriginose e adolescenziali fantasie di chi, quel cinema popolare, lo ha vissuto e di coloro i quali lo scoprono solo oggi.
La troviamo per la prima volta in un ruolo comprimario nel film Metti.. che ti rompo il muso (1973) di Giuseppe Vari.
Le forme sensuali, la bellezza acerba ed il fisico da adolescente (inquieta), ne segnano indubbiamente la carriera fin dal vero debutto quando ne La svergognata (1974) interpreta una ragazzina milanese, figlia di un industriale, circuita da uno scrittore in crisi (Philippe Leroy).
La ritroveremo liceale alle prese con le prime esperienze erotiche in Amore mio non farmi male (1974) e, via via, sempre più svestita e disinibita, in ruoli che ne esaltano la torbida e conturbante sensualità, dalla commedia scollacciata e boccaccesca fino al soft-core più spinto : tra i tanti, Il domestico (1974), Lezioni private (1975), Calde labbra (1976), Bestialità (1976), Pensione paura (1977), Giallo a Venezia (1979), Peccati a Venezia (1980).
Tra le sue performance su celluloide restano memorabili, per morbosità ed elevato tasso erotico, l'amplesso zoofilo in "Bestialità" e il duetto saffico con Claudine Beccarie in "Calde Labbra".
Dopo le ultime apparizioni cinematografiche, agli inizi degli anni ottanta, Leonora Fani si eclissa improvvisamente. Voci non confermate la danno residente a Roma ed impegnata in attività imprenditoriali.
Qui di seguito è disponibile una video intervista arricchita di spezzoni tratti dai suoi film più noti:
Leonora Fani
[ leonorafani.mpg 150 mb, 14'56" ]
( courtesy of iochisono )
E per finire una piccola raccolta di scansioni di alcune rare foto :
[ leonora_fani_scan_01.jpg 850 kb ]
[ leonora_fani_scan_02.jpg 411 kb ]
[ leonora_fani_scan_03.jpg 356 kb ]
[ leonora_fani_scan_04.jpg 179 kb ]
[ leonora_fani_scan_05.jpg 220 kb ]
[ leonora_fani_scan_06.jpg 234 kb ]
[ leonora_fani_scan_07.jpg 675 kb ]
[ leonora_fani_scan_08.jpg 283 kb ]