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giovedì, 26 marzo 2009

Il 26 marzo del 2000 moriva Karel Thole, grandissimo illustratore reso celebre dalle  copertine di Urania. Gli rendiamo omaggio nella speranza che Mondadori, o altri editori, in occasione del prossimo decennale della sua morte, ne celebrino l'opera con degne iniziative editoriali. Perchè non ristampare, per esempio, il "Manuale dell'ignoto" (Mondadori, 1981) curato da Fruttero e Lucentini ed ormai introvabile?

Era il 3 luglio 1960, quando nelle edicole usciva il numero 233 di Urania, "L'impossibile ritorno" di J. B. Dexter. Per la prima volta la copertina portava la firma di Karel Thole: il suo nome  avrebbe segnato indelebilmente la storia della più famosa rivista italiana di fantascienza, e l'immaginario dei suoi lettori. Altri ne avrebbe reclutati, come me, catturandone lo sguardo dalla vetrina di un'edicola, con lo straniante fascino delle sue visioni futuribili, dei suoi cupi incubi, dei suoi mondi non-euclidei, interi universi improbabili racchiusi in un misterioso cerchio rosso.
Spesso, i libri di Urania, li si acquistava anche - o soltanto - per quelle splendide illustrazioni.
Non si pensi però che quelle preziose miniature, fossero frutto del lavoro seriale di un semplice artigiano, di un copertinista qualunque. Esse sono state, per trent'anni, un oblò aperto sull'immaginario fantastico di uno dei più grandi illustratori europei dal dopoguerra ad oggi.
Tracce di una sterminata cultura, di un bagaglio visivo ricchissimo, che deriva direttamente dai surrealisti, da Salvador Dalì a Max Ernst, e mescola l'ossessione per il particolare degna di un botanico del settecento, a suggestioni dalla pop-art o Mary Quant, da Bosch a Goya.

In quei cerchi è condensato non solo il suo universo artistico, ma anche la sua idea di fantastico, inteso non come semplice invenzione di un mondo altro, ma come esercizio provocatorio dell'ossimoro, dello schock visivo e culturale, esattamente come fa Kubrick mettendo una navicella spaziale nel surreale salone rococò di 2001.
Ogni cerchio di Thole definisce, pagina per pagina, la sua personale grammatica del perturbante, nell'atto di cogliere un oggetto, una situazione, che sono familiari e ben definiti, ma che sottendono l'ignoto.
Come fossero cose normalissime poggiate casualmente sull'orlo dell'abisso.

pubblicato da losteyeways alle 22:20
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categorie: libri, arti visive