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mercoledì, 04 novembre 2009

Benvenuti al consueto appuntamento con i trailer di Peeping Tom. Oggi il menu offre una commedia erotica animata da un paio di attori in voga negli anni 70 e dalle grazie mai abbastanza lodate di Barbara Bouchet. Il riassunto del plot è da solo una perla di comicità involontaria e probabilmente il trailer è molto più interessante del film stesso. Buona visione.

Ancora una volta prima di lasciarci - naz.: Italia - regía: Giuliano Biagetti - v.c. n. 61695 del 16.01.73 - m. 2864 - ppp: 30/01/73 - c. pr.: Bi.Pa. Cinematografica

Trama:
Due coniugi, Giorgio e Luisa il cui matrimonio è fallito, rievocano, in un ultimo incontro, scene ed episodi della loro vita in comune: si confessano i reciproci inganni; rivivono il motivo che portò alla rottura definitiva del loro rapporto. Sospettando che il marito avesse un'amante Luisa lo tradì, per la prima volta, con un imbianchino. Poi fu la volta di Giorgio che ebbe per qualche tempo come amica un'ex collega di lavoro cui seguì la moglie femminista del ginecologo Marco. Fu con questi che Luisa quando abortì in seguito ad una caduta, commise il suo secondo adulterio. Dopo una breve avventura con una infermiera Giorgio si prese gli "orecchioni", per i quali divenne sterile. In seguito egli vagabondò per qualche tempo con un clochard dinamitardo mentre Luisa si accompagnò a un hippie americano. Giorgio sedusse poi per avere un appalto nel Kenia, la moglie di un ingegnere americano. Avendo finito con l'odiarlo per la sua sterilità Luisa si dette all'alcool. La partenza di Giorgio per il Kenia sigillò la fine del loro matrimonio. Terminate le loro confessioni, Giorgio tenta inutilmente di convincere Luisa, che aspetta un figlio da un altro uomo, a tornare con lui.

Cast:
Corrado Pani, Barbara Bouchet, Franco Fabrizi, Olga Bisera, Antonia Santilli, Barbara Pilavin, Eugene Walter, Donato Castellaneta, Pier maria Rossi, Adolfo Fenoglio

Produzione: Bi.Pa. Cinematografica (1973) — Soggetto e Sceneggiatura: Giuliano Biagetti — Fotografia: ? — Musica: Berto Pisano — Montaggio: Alberto Moriani — Durata: 100' — Distribuzione: indipendenti regionali

Critica: Centro Cattolico Cinematografico - Segnalazioni Cinematografiche
Storia, rivissuta attraverso una lunga serie di flash-back, del lento maturarsi di una crisi coniugale, il film ondeggia disordinatamente fra il dramma e la commedia rosa, fra l'ironia e il grottesco. Privo di un tono preciso, insufficientemente motivato sul piano psicologico, il film si limita a descrivere la squallida vita dei suoi personaggi, senza indagare sulle vere ragioni del loro fallimento (pochezza di sentimenti, vuotezza d'animo). Alla mancanza della dimensione morale corrisponde il mercantilistico compiacimento con cui il lavoro si sofferma sugli squallidi rapporti extraconiugali dei due protagonisti.

(Ricordiamo che è possibile vedere in streaming il trailer in formato divx, oppure scaricarlo sul proprio computer in formato mpeg leggibile da un qualsiasi lettore dvd. Buona visione.)

Download: Trailer - Ancora una volta prima di lasciarci
[ ancora_una_volta_prima_di_lasciarci.mpg 58 mb, 2'54" ]


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pubblicato da losteyeways alle 15:47
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categorie: film, download, trailer


lunedì, 26 ottobre 2009

Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Quinta puntata
In questa quinta puntata della guida al cinema di Edgar Allan Poe ci soffermeremo sugli anni trenta, ricchissimi di omaggi alla sua opera, ed in particolare sul primo vero e proprio ciclo cinematografico (una trilogia) a questi dedicato, unico vero caso prima delle produzioni AIP di Roger Corman.

Murders in the Rue Morgue (Robert Florey, 1932)
"I am an actor, not a scarecrow!" disse Lugosi rifiutando la parte della creatura in Frankenstein. Ma qualcuno sostiene che fu esautorato dal progetto dopo alcune disastrose prove di trucco, assieme al regista Robert Florey. Frankenstein poi entrò nella leggenda, grazie a Karloff e Whale. Lugosi e Florey finirono in questa interessante opera horror, che fonde il racconto originale con il neonato filone dei mad doctors.
In questo primo film della trilogia dedicata a Poe, il dottor Miracolo, degno precursore di Mengele, è un fervido sostenitore delle teorie darwiniane ed intende confermarle creando un ibrido uomo-scimmia con gran spreco di graziose fanciulle. Benchè l'adattamento del racconto sia molto fantasioso, il film ha un innegabile fascino obliquo, grazie alla ricostruzione evocativa e spettrale di una Parigi nebbiosa, stilizzata e un po' sghemba, alla magistrale fotografia espressionista di Karl Freund e non di meno grazie all'interpretazione efficace di Lugosi. Spulciando tra i credits si trova, sorprendentemente, un giovanissimo John Huston in veste di sceneggiatore. Tra i momemnti clou della pellicola, l'inseguimento finale sui tetti di Parigi: la bestia scala palazzi trascinando con se la bella. Vi ricorda qualcosa? Forse King Kong, che vedrà la luce solo un anno dopo.

The black cat (Edgar G. Ulmer, 1934)
Il racconto di Poe è solo un pretesto, se non puro marketing, per questa produzione Universal. Associare il nome del grande scrittore americano, alla coppia di astri nascenti dello horror cinematografico, sembrò al produttore Carl Laemmle una garanzia di sicuro successo a fronte di un investimento ridotto rispetto a produzioni precedenti: solo un terzo del budget di Dracula e Frankenstein. Ma quale miracolo opera la straordinaria personalità artistica di Edgar G. Ulmer!
Ulmer ha una cultura vasta e raffinata, ha studiato architettura, filosofia, ha lavorato come scenografo in Germania, con Max Reinhardt, nel Golem, in Metropolis con Fritz Lang, in Aurora con Murnau. E si vede.
La sontuosa messa in scena sovverte le convenzioni del modello old dark house: invece del solito castello gotico avvolto dalle nebbie, i malcapitati di turno vengono accolti in un'imponente costruzione di stupefacente modernità, fredda e lucida di mattoni in vetro, di scale in acciaio, di cromature e luci al neon. Un vero e proprio capolavoro della scuola Bauhaus. Persino l'interpretazione di Karloff viene piegata alla visione ultra-modernista di Ulmer: vestito in abiti neri, stilizzati, truccato ed acconciato in modo da accentuare spigolosità, angoli aguti, contrasti tra luce ed ombra, si muove al pari di un automa, come descritto minuziosamente nel copione. In una delle prime sequenze, dietro le tende di un'alcova "il busto di un uomo si alza lentamente, come fosse sollevato da fili invisibili, in posizione seduta", un po' come un novello Nosferatu futurista.
E c'è di più. Nonostante il film nasca sotto la rigida influenza del codice Hays, riesce a coagulare in un'atmosfera morbosa ed ambigua, situazioni e suggestioni già impensabili anche in una realtà produttiva pre-codice: dal satanismo, al sadismo, fino a suggerire neanche tanto velatamente innominabili pratiche necrofile e concludendosi con una scena di brutale scuoiamento che, pur suggerita da un raffinato gioco di ombre, conserva ad oggi il suo disturbante effetto.
Un gioiello, dunque, di oscura bellezza ed ancora fin troppo trascurato.

The raven (Lew Lander, 1935)
Nella trilogia ispirata (più o meno vagamente) a Poe questo  è certamente un film minore ed il confronto con il più riuscito Murders in the Rue Morgue e con il pregevole The black cat sarebbe più che impietoso.
I contatti con l'opera letteraria si limitano a superficiali richiami a The raven, di cui Lugosi declama qualche verso nell'incipit, e The pit and the pendulum. Ma è certamente nella messa in scena che la pellicola mostra i suoi limiti più evidenti, nella regia scolastica e senza guizzi che sviluppa la narrazione in modo convenzionale  fino ad un finale confusamente concitato che da solo non riesce a riscattare l'intera vicenda. Unico motivo di interesse è la prova dei due mattatori, Karloff e Lugosi: il primo a tratti efficace nel delineare la figura di villain  insieme vittima e carnefice, ma complessivamente defilato, offre una caratterizzazione di scarsa profondità ed è penalizzato dal make up poco riuscito del grande Jack Pierce, qui ai suoi minimi storici; il secondo, vero protagonista, è istrionico e debordante nel suo ritratto di mad doctor megalomaniaco, ma spesso così sopra le righe da sfociare nella parodia. Ma si sa, anche per questo Bela Lugosi si ama. O si odia.

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pubblicato da losteyeways alle 14:58
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categorie: libri, film, storie del cinema


venerdì, 16 ottobre 2009

Immagine da "La chute de la maison Usher" di Jean Epstein

"Ci sono momenti in cui penso che, tra tutti i generi, il cinema horror è quello che più ha bisogno del silenzio. Il genere western beneficia dei dialoghi, i musical ed i film noir sono impensabili senza le parole. Ma in un classico film dell'orrore, praticamente tutto ciò che si può dire sarà superfluo o ridicolo. Notate con quale attenzione i Dracula dei film sonori devono scegliere le loro parole per evitare grasse risate. La perfetta situazione horror è quella riguardo la quale non si possa dire nulla. Quali parole sono necessarie in The Pit and the Pendulum?
La caduta della casa Usher abita dentro il suo proprio mondo sigillato, come fosse sepolto vivo."  (Roger Ebert)
 
pubblicato da losteyeways alle 14:41
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categorie: citazioni


martedì, 13 ottobre 2009

 
Tanto evidenti e riconosciuti sono i meriti della Universal Pictures nei confronti del genere horror, che qualcuno si sbilancia fino a sostenere che questo sia nato con il Dracula di  Tod Browning.
In realtà l'orrore cinematografico nasce con il cinema stesso, ma la Universal ha avuto la capacità di stabilirlo come genere autonomo, codificarne le regole, crearne divi, miti ed icone.
Perciò un'operazione come quella fatta sul mercato home video nell'ormai lontano 2004 era un atto dovuto, anche verso i cinefili e gli appassionati di horror.
Il sontuoso box "The Monster Legacy DVD Collection" proponeva in quattro cofanetti separati, per un totale di ben diciotto dvd, tre delle principali "monster sagas" targate Universal: Dracula con figli e figlie a carico e casa in equo canone (con un bonus da far sbavare il più ingessato dei cinefili: il Dracula in versione spagnola); Frankenstein, anche lui ammogliato, con prole e fantasmi in casa occupata abusivamente; l'Uomo Lupo, anche in versione con gonnella, in trasferta a Londra ed in gita con Frankenstein. A completare la lussuosa edizione un particolare di classe che avrebbe risvegliato in chiunque manie feticistiche: tre busti in resina con le fattezze dei tre mitici mostri. Nel quarto cofanetto invece: Il fantasma dell'opera, Il mostro della laguna nera, La mummia, L'uomo invisibile. Questi ultimi però, soli soletti, misteriosamente senza la loro numerosa progenie celluloidea. Tra poco capiremo il perchè.
Non sarà sfuggito all'attento lettore, l'uso del verbo al passato: il box in oggetto è infatti da un pezzo fuori catalogo poichè in edizione limitatissima. Ma mica poi tanto però, visto che per gli sbadati, i ritardatari e gli ex-studentelli squattrinati che - come me - volessero rimediare, si può ancora reperire grufolando in rete, nuovo e sigillato a prezzi anche vergognosamente bassi. Alla faccia di chi l'ha pagato cash alla sua uscita in preda a cinefagia compulsiva. Ma si sa, la fretta è sempre cattiva consigliera soprattutto in fatto di acquisti: pazientate gente, aspettate.
Ma veniamo alle dolenti note. Com'è consuetudine sul patrio suolo italico, le cose si fanno volentieri a metà, per non dire a cazzo di cane. In questo caso, ad onor del vero, in tutto il mondo tranne che negli States. Solo in USA infatti, separati dal suddetto cofano, uscivano contemporaneamente altri tre cofanetti più piccoli ma non meno interessanti, dedicati ad altri tre monsters: il Mostro della Laguna Nera, l'Uomo Invisibile e la Mummia, con le saghe complete!
 

Due sequel, rispettivamente del 1955 e del 1956, per la Creatura anfibia innamorata; ben quattro sequel per l'Uomo Invisibile, ognuno di essi impreziosito da interpreti di lusso: da Vincent Price, a John Barrymore, da Peter Lorre a John Carradine; altri quattro sequel per la Mummia, prodotti tra il 1940 ed il 1944. Come se non bastasse ogni box offre contenuti extra sopraffini, su tutti due documentari dello storico del cinema David J. Skal.
Anche questi tre gioielli sono purtroppo fuori catalogo, ma con un po' di pazienza, nervi saldi e carta di credito, si possono facilmente recuperare - nuovi e sigillati - a prezzi per nulla disumani. Buona caccia allora, e in bocca all'uomo lupo.
pubblicato da losteyeways alle 13:13
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categorie: film, shopping, home video, cinefeticci


giovedì, 01 ottobre 2009
Guida al cinema di Edgar Allan Poe - Quarta puntata
Torna la guida al cinema di Edgar Allan Poe con una puntata dedicata alle opere che chiudono gli anni venti e costituiscono certamente quelle di maggiore spicco del decennio, testimoniando il fertile incontro tra l'opera letteraria del Maestro e la prima avant-garde americana e non solo.

 
The tell-tale heart (Charles F. Klein, 1927)
Un uomo mentalmente disturbato è ossessionato dall'invadenza dell'anziano vicino di casa che lo esaspera con la sua curiosità. Quindi, con fredda e calcolata crudeltà lo uccide. L'indomani due poliziotti giungono ad indagare in seguito alla segnalazione di strane urla udite nella notte. Chi, o cosa, tradirà l'incauto assassino è storia nota a tutti. Klein, sceneggiatore e operatore arrivato ad Hollywood nel 1923 dalla Germania, crea un'opera di chiara matrice espressionista direttamente derivata dal Caligari di Wiene. Nel rendere la soggettività disturbata del protagonista però non si limita a distorcere le geometrie euclidee: dalla manipolazione del profilmico Klein giunge a quella del materiale filmico. Dalle esposizioni doppie e multiple, alle sovraimpressioni realizzate scrivendo direttamente sui fotogrammi, Klein nel rappresentare il parossistico stato di estasi patologica e di aberrazione psichica e morale del protagonista, arriva alla distruzione dell'immagine stessa, con l'emulsione che si scioglie scivolando via dalla pellicola. Un'operazione che con un balzo temporale vertiginoso ci porta in avanti fino a Brakhage.

The fall of the house of Usher (M. Webber - J.S. Watson, 1928)
Webber e Watson, esponenti della prima avant-garde americana, realizzano un'opera che al pari di Tell-tale heart di Klein, è palesemente debitrice del Caligari di Wiene.
I set concepiti da Webber, con i loro angoli particolari, gli spazi impossibili, le superfici bizzarramente decorate, le proporzioni alterate, la frammentazione/destabilizzazione di prospettive e forme convenzionali, sono di chiara matrice espressionista pur tradendo influenze e suggestioni ascrivibili al futurismo ed al cubismo.
Come e più che il Caligari, il film abbandona ogni tentazione di narrazione classica (non vi è alcun cartello con didascalie o dialoghi) affidando ad un balletto meccanico di immagini la suggestione di fantasie inconsce, di segreti sepolti.
 

 
La chûte de la maison Usher (Jean Epstein, 1928)
Tratto dall'omonimo racconto innestandovi elementi da The oval portrait, Ligeia e Morella, il film di Epstein è comunemente classificato come esempio cinematografico di impressionismo, nel suo tipico impiego delle tecniche di montaggio e messa in scena per rappresentare lo stato soggettivo, mentale e percettivo, dei personaggi.
L'opera di Epstein però si spinge oltre: vuole superare i limiti della visione umana penetrando l'apparenza superficiale degli oggetti per rivelare una realtà mobile, in senso bergsoniano, che i personaggi non riescono a vedere.
In questo senso l'ossessione di Roderick Usher di fissare su tela l'immagine della moglie Madeleine, appare come una splendida metafora dell'assunto di Bergson: "Percevoir signifie immobiliser".

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pubblicato da losteyeways alle 13:11
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categorie: libri, film, storie del cinema